Socialpolitica – Il mondo parallelo di un hashtag

Ho partecipato per lavoro all’assemblea nazionale del Pd che si è svolta a Roma il 20 e il 21. Di solito seguivo questo tipo di eventi in streaming o leggendo il flusso informativo social via Facebook o Twitter, per cui è con massima curiosità che mi sono seduta tra le file dei delegati.

Due giorni tra Europa e lavoro, questi i punti cardine del convegno. Non farò commenti sull’aspetto politico dell’evento, giornalisti ben più esperti di me ne hanno già sviscerato ogni aspetto.

Da un punto di vista comunicativo invece devo ammettere di essere stata sorpresa per l’ampia condivisione degli interventi minuto per minuto. Già da tempo seguo gli eletti del Pd via web, in particolare @andreasarubbi con #opencamera, @civati e @ivanscalfarotto, per citarne alcuni. Oltre a loro in platea c’erano però diversi giovani connessi che digitavano freneticamente: tweet divertenti, ironici, sagaci. Il tipo di politica che fa bene leggere. Alternavo tratti di scrittura cartacea a osservazione dell’hashtag #assembleapd, trending topic per i due giorni, e twittando un po’ a mia volta.

La sensazione che si prova è quasi di ubiquità, di condivisione di un mondo parallelo, segreto, che va ben oltre lo storify dei big del partito (io non avrei pubblicato in diretta le dichiarazioni laddove non compare la dicitura “staff” nell’account). Sguardi impassibili, nessuna espressione visibile, dita che corrono veloci su smartphone e tablet e un sorriso interno che solo chi condivide l’hashtag riesce a cogliere. Un sorriso interno che si propaga di tweet in tweet.

La stessa sensazione l’avevo avvertita partecipando alla Blogfest, ma in quel caso quasi me l’aspettavo essendo un raduno assolutamente nerd (benché molto diverso da come l’avevo immaginato, e più divertente), questa volta al contrario mi hanno stupito.

Persino gli interventi dei relatori sono stati in alcuni punti social, Scalfarotto su tutti, ma anche le battute sulla famigerata foto della birra, le presentazioni in accordo al leitmotiv della campagna di tesseramento, “la mia passione è” (anche sulla campagna credo che tutto sia già stato detto, sia sulla grafica che sulle affissioni abusive. Per mio conto ho chiesto lumi ai responsabili nazionali su alcuni punti che mi erano oscuri ed ho ottenuto un feedback, non me l’aspettavo. Credo sia un grosso problema del Pd l’incapacità di riuscire a comunicare un dato messaggio. A volte perché si ha il timore di prendere posizioni ufficiali, il che è un vero peccato, perché gli elettori delusi chiedono a gran voce coraggio. E a volte, non so per quale motivo, perché non si riescono a promuovere efficacemente documenti che già esistono e che la gente ignora, persino iscritti al partito stesso).

Nel mio bilancio finale ci sono cose che ho apprezzato, altre meno, altre che ancora non capisco e che sto cercando di decifrare, ma sono convinta che la socialpolitica sia un giusto mezzo di trasporto per raggiungere la direzione che tutti auspichiamo: più partecipazione dal basso per quella vera democrazia diretta che l’Italia meriterebbe.

E che forse gli italiani ancora non meritano, ma questa è un’altra storia, da #fantapolitica…

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2 thoughts on “Socialpolitica – Il mondo parallelo di un hashtag

  1. il rischio secondo me è quello dell’alienazione del presente. Queste tecnologie ci portano a vivere gli eventi con una attenzione volta più al commentare in diretta piuttosto che a vivere l’esperienza in prima persona. E’ uno dei punti di forza ma anche di debolezza di internet: la gara a chi è il primo a pubblicare o dire qualcosa su un determinato fatto, distogliendo però l’attenzione da ciò che sta succedendo nel presente.
    Un esempio banale, nel 2007 Raikkonen vinse, anche in modo un po’ rocambolesco, il mondiale di F1. Alcuni siti internet quando mancavano ancora un paio di giri alla fine, avevano già pubblicato la notizia della vittoria del mondiale (che poteva anche non essere tale, se fosse occorso un guasto). Oppure quando su wikipedia si fa a gara a chi per primo da per “defunta” una persona che magari è lì lì per esserlo, ma è ancora viva (a volte gli amministratori sono costretti a bloccare la pagina).
    La corsa a chi dice qualcosa per primo, non mi affascina affatto.

  2. Indiscutibile, è un rischio che si corre, come quello di dare troppa importanza a ciò che succede online (vedi il delirio di onnipotenza di alcune persone che hanno molti fan/amici/follower salvo poi non essere nessuno nell’offline). Però mi piace pensare che, una volta passata la frenesia del “chi prima twitta più popolare è”, possa rimanere ciò che ho scritto alla fine, ovvero la voglia di partecipare in prima persona. Se le nuove tecnologie possono servire da richiamo, ben vengano!

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