Buonsenso in pista

Sin dal lontano 2004, durante l’estate indosso la maglietta rossa e mi siedo sotto le arcate o in tribuna armata di pazienza e un sorriso. Lavorare al totalizzatore e raccogliere le scommesse dei giocatori, dagli incalliti veterani ai neofiti e turisti, può sembrare una mansione facile facile, che ti impegna quel tanto che basta per racimolare gli euri pro vacanza o per evitare di intaccare troppo il fondo cassa nei mesi di studio. In linea di massima lo è, basta sempre tenere a mente il mantra “non lasciare che ti mettano fretta”.

Fondamentale, assolutamente fondamentale, soprattutto nelle serate di gran premi, quando la fila si allunga al punto che chiedersi “ma chi me lo fa fare?” è inevitabile.

Perché c’è qualcosa che ancora, dopo così tanto tempo, ai più non è chiaro. Se a fine serata mancano soldi in cassa per colpa di resti frettolosi o chiusure di giocata dimenticate, non è certo l’Hippogroup che paga, ma è il povero studentello a doverseli togliere di tasca. Stesso motivo per cui non è possibile fare arrotondamenti in eccesso.

I falsi miti sono tanti, come l’idea che dovremmo conoscere i cavalli “buoni”. Se veramente fosse così semplice sapere chi taglierà il traguardo, non lavoreremmo di certo, ma piazzeremmo un centone su una trio sicura, e ti saluto, fine della fatica. I guadagni facili non sono mai appannaggio delle gente comune, e per quel che mi riguarda non dovrebbero esserlo per nessuno.

Da quel lontano 2004, e negli anni prima dato che sin da piccolina lo frequentavo con i miei genitori, più per fare due chiacchiere che per reale interesse alle corse, ho osservato l’evolvere dello scenario.

L’ ippodromo è cambiato molto negli anni, dal salotto buono, la passarella della crème cesenate, si è trasformato via via in passatempo oneroso per famiglie, da prendere a piccole dosi, e attrazione per i turisti della riviera che decidono di trascorrere qualche ora nell’entroterra.

Ciò che non è cambiato invece sono le facce dei giocatori che mi trovo davanti. Sempre le stesse, sempre gli stessi. Ogni anno è come assistere alla trasformazione del ritratto di Dorian Gray, perché il gioco toglie, bolletta dopo bolletta, tutto quel che di buono c’è nella persona. La svilisce, la rende cattiva, facile a ira, ansie, e nella migliore delle ipotesi, quantomeno scortese. Non fraintendetemi, non sono una fanatica dell’anti-gioco, tutt’altro. Solo, lo considero un divertimento, un di più, che non dovrebbe mai diventare altro. E qui invece, per molti, si è trasformato in malattia. Perché non ci sono altre parole per definirlo.

Sono gli eccessi di questo Paese. Mi fa ridere l’idea che non sia consentito aprire casinò perché la legge lo vieta, ufficialmente per preservare la sanità mentale e soprattutto i conti correnti dei cittadini. Considerando che esistono ben 26 tipi di Gratta&Vinci, e poi vogliamo parlare di tutte le estrazioni? Lotto, Superenalotto, Totocalcio, Totogol…addirittura il WinforLife si può giocare 15 volte al giorno!

Ne avevo già discusso in un vecchio post, per cui non aggiungo altro, però spesso, quando ascolto lo speaker annunciare “Cavalli in pista”, mi chiedo quando in Italia alla parola cavalli potremo sostituire “buonsenso”.

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