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30 maggio 2010, una data che la maggioranza dei cesenati non dimenticherà facilmente.
Ammetto di aver fatto un pensierino sull’eventualità di comprare un biglietto per Piacenza, ma non sarei stata in grado di reggere la tensione.
A settembre avevo varcato, dopo anni, i cancelli del Manuzzi, e nel post di commento ho già dettagliato come vivo simili situazioni. Non sarò mai un vero tifoso ma li ammiro nella loro passione costante. Da quel giorno, nonostante non abbia più guardato una partita intera in diretta, ho comunque continuato ad osservare l’evolversi del Cesena Calcio leggendo con assiduità le firme il cui stile ormai potrei riconoscere senza nemmeno controllare le iniziali.
Domenica pomeriggio l’ho trascorsa in spiaggia, palleggiando mentre aspettavo gli ultimi dieci minuti di gioco per ascoltare il verdetto.
Grande la gioia, per tutto quel che ne seguirà, ma soprattutto per chi il Cesena l’ha sempre seguito e continuerà a farlo, in qualunque categoria si trovi a militare. Ero felice per la mia città.
La sera quindi impossibile non essere allo stadio a festeggiare. Quando ad ogni passo che fai scorgi volti che conosci, sorrisi che si accendono complici, capisci che è questa casa tua, per quanto negli ultimi tempi stia pensando ad una trasferta semi-permanente, dovuta all’amarezza politica. Ma questa è un’altra storia.
Domenica sera era dedicata ai cesenati.
I cori, gli applausi scroscianti all’ingresso dei guerrieri, gli abbracci, lo sventolio festante delle bandiere, un’esplosione di luci e canti. Non era pensabile trattenere la marea, e l’invasione in campo è stata inevitabile.
Il che non dovrebbe essere necessariamente un male, anzi. Il contatto tra i tifosi e i loro titani dovrebbe essere motivo di soddisfazione massima da entrambe le parti. Le mani strette intorno a Bisoli ne sono esempio.
Peccato che i festeggiamenti siano andati oltre.
Volevo una foto di buon auspicio per il mio prossimo campionato di fronte ad una delle porte, e così mi sono avvicinata prima a quella di casa, e poi a quella lato ferrovia. Vandalizzate tutte e due. Tifosi appesi alle traverse, che mi chiedo tuttora come abbiano potuto non spezzarsi, e reti distrutte.
Se fossi stata sola non mi sarei avvicinata di più perché supponevo che il tasso alcolemico di chi stava procedendo alle operazioni di bisturi e accendini fosse alto e nel dubbio è sempre meglio non svegliar il can che dorme. Ma la mia guardia del corpo era lì con me, per cui nessuna paura.
Mi sono affiancata ai soggetti, ascoltandone i discorsi, cercando di capire il perché. Capisco che un pezzetto del Manuzzi di quel giorno possa diventare un cimelio, ma il solo fatto di esserci doveva bastare.
Alla fine, per limitare i danni almeno ai pali, ho anche provato a mostrare come si potesse togliere la rete dai fermini senza forzare la struttura, ma ormai era inutile. Poi, siccome la nostra presenza inerte lì stava iniziando ad essere dubbia, per evitare guai ho raccolto anche io un pezzetto di rete e ce ne siamo andati.
Lato positivo, sono prove tecniche di servizi giornalistici sotto copertura. Ma avrei preferito mille volte una foto-ricordo al ricordo della porta violata.





