Studies

written by Luci

Una vita di codici, tra norme e bit.

Quando mi si chiede «in cosa sei laureata?», la mia risposta «Informatica giuridica» normalmente scatena diversi tipi di reazioni.

La più divertente è: «Ah interessante, complimenti», dopo di che il mio interlocutore cerca di sviare il discorso con aria imbarazzata, ed è palese che non abbia la benché minima idea di cosa sia ma morirebbe piuttosto che ammetterlo. Negli altri casi si spazia dal «Mi dispiace, ma non so cos’è» al «Sì, ne ho sentito vagamente, puoi spiegarmi di che si tratta?». Ancora non mi è capitato di incontrare qualcuno informato sui fatti. Per cui cercherò di pubblicizzare io questa branca del diritto che penetra all’interno delle nuove tecnologie, non sia mai che qualcuno leggendo si appassioni al tema, e decida di approfondire, o ancora meglio, investire su questa nuova figura, purtroppo ahimè ancora ai più sconosciuta e non presa in considerazione. Dopo tutto le novità spaventano sempre, e incidere su tradizioni secolari ormai radicate (oserei dire incancrenite) quando si deve decidere chi assumere in un’azienda, in un ente, o in qualsivoglia luogo, non è semplice.

Dunque, per sommi capi, l’Informatica giuridica è una scienza che si divide sostanzialmente in due macrocategorie, da un lato l’Informatica giuridica in senso stretto e dall’altra il Diritto dell’informatica.

Nella prima tipologia sono comprese le banche dati (documentazione giuridica automatica), la gestione automatizzata delle procedure giuridiche relative all’attività processuale (processo civile telematico), la creazione di programmi di supporto alla redazione di testi legislativi (legimatica), la realizzazione di programmi in grado di fornire consigli e consulenze giuridiche, applicando in maniera automatica il diritto, e le applicazioni ipertestuali in ambito giuridico.

Nella parte normativa si studia il rapporto fra diritto ed informatica, in tutti gli aspetti che può assumere: tutela del software, contratti informatici, documento informatico e firma digitale, tutela delle banche dati e delle opere multimediali, tutela della privacy, telelavoro, reati informatici.

E naturalmente, l’ informatica nella pubblica amministrazione. Oggetto di studio sono il coordinamento e il processo di automazione delle amministrazioni pubbliche, la qualificazione del personale informatico e la formazione informatica del personale, i contratti informatici della pubblica amministrazione, il diritto al documento e l’automazione della contabilità pubblica.

Ora sto invece iniziando il percorso specialistico, con la laurea magistrale in Mass Media e Politica.

Chi ha avuto la pazienza di leggere sino a qui, senza fuggire di fronte ai termini tecnici, probabilmente ora vorrà chiedermi: «Ma come hai fatto a scegliere quel corso?»

La spiegazione è ancora più lunga e va a ritroso nel tempo, sino a quando avevo otto anni. In terza elementare abbiamo iniziato ad accostarci al giornalismo (che da subito mi aveva appassionato, e che fortunatamente ho ripreso in quest’ultimo anno e mezzo), ma poi in quarta ho scoperto la vocazione al dibattimento, la volontà di far trionfare le mie tesi, se suffragate da dati certi e dimostrabili, e lì ho deciso che sarei diventata un avvocato. Forte di questa consapevolezza, ho naturalmente optato per il liceo. Scientifico però, perché all’imparare il greco ho preferito le più attuali nozioni di fisica e chimica. E così negli anni, oltre che aumentare la passione per lettura e scrittura, si è sviluppato esponenzialmente un amore viscerale per i numeri. La gioia di risolvere problemi all’apparenza impossibili, dopo averci passato sopra magari un intero infruttuoso pomeriggio, svegliandosi nel cuore della notte per l’improvvisa illuminazione è indescrivibile. Per cui dopo la maturità ero un po’ triste, sapevo che probabilmente non avrei più provato quella gioia, dato che, come pianificato sin da piccola, la mia scelta di vita sarebbe stata giurisprudenza.

In quell’estate però ho fatto la prima esperienza in Comune, con un contratto a tempo determinato di tre mesi. E lì, entrando in punta di piedi nella macchina amministrativa, che avevo solo visto dall’esterno in adolescenza, mi sono resa conto di quanto l’uso della tecnologia fosse più o meno fermo all’età della pietra. Navigando sul sito di Facoltà ho scoperto casualmente questo corso, attivato solo l’anno precedente, e mi ci sono lanciata con entusiasmo, perché così non avrei dovuto rinunciare alla risoluzione di problemi, sebbene nella forma un po’ diversa di algoritmi e programmazione, e avrei potuto in futuro continuare per la via normativa.

Non sono pentita della scelta che ho fatto, e dell’aver accantonato oggi l’idea della professione forense. Anzi, così come recita un editoriale strappato a una rivista, che da anni ormai è affisso sulla mia bacheca, “Rinascere è uno sforzo di volontà“. L’autrice parlava delle persone che, a differenza di quelle che si chiudono cocciutamente dentro le loro convinzioni, riescono a “convivere con i loro grandi sogni sposando la determinazione alla lucidità, la perseveranza con l’intelligenza. Le prime, le integraliste, coltivano illusioni, le seconde progettano con la mente e il cuore. E negli anni cambiano, crescono, si evolvono, accettano sconfitte, sanno godere dei piccoli successi”.

Attualmente io sono questo. Sono soddisfatta di ciò che ho realizzato sin’ora, e soprattutto non mi spaventa l’idea del cambiamento, di buttarmi in nuove esperienze, ne percorrere cammini differenti da quelli che avevo previsto, perché tutto è parte dell’inevitabile processo chiamato crescita.

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