“Sono mesi che non ti vediamo, tutto bene? E’ un peccato non averti più qui”.
Ringrazio chi mi ha rivolto questa domanda, per quanto esponente politico di idee diversissime dalle mie. Devo necessariamente rispondere.
Come mai ho lasciato la penna a riposo? La penna, perché le parole da fissare su carta non sono mai scomparse, tutt’altro.
Questa pausa non è dovuta all’amore, che è entrato nella mia vita con una forza che non credevo possibile. Con un’intensità assolutamente inaspettata.
E’ una vera e propria pausa consapevole. Di riflessione. Di solito le si prendono da una storia che si sta logorando, che non funziona a dovere, che ha perso passione e sentimenti. Io non sono una fan di queste pause, sono convinta che non si debba mai abbandonare la presa, ma lottare per salvare tutto quel che è possibile recuperare, dopodiché, se il salvataggio fallisce, solo una rottura definitiva è la scelta giusta.
In questo caso però una pausa era la miglior scelta. Una pausa da uno degli amori più difficili e tormentati della mia vita, ma anche da quello che riesce a regalarmi le soddisfazioni più gratificanti.
Scrivere non è solo amore per me, è parte di quel che sono. E credo fermamente che sia ancora possibile un buon giornalismo. Però sono troppi i fattori che lo inibiscono, lo frenano, lo trasformano in una massa amorfa, che assume le fattezze del contenitore, senza alcun valore per il contenuto.
Ho impiegato questi mesi per cercare risposte. La domanda fondamentale, leitmotiv di tutto il mio 2010: “Il giornalista politico nell’era 2.0: informatore, opinionista o uomo di partito?”. Non ho potuto fare a meno di riproporla titolando un paper per l’università, perché me la sto ripetendo come un mantra. Ho ascoltato attenta tutte le grandi firme incontrate alle conferenze, ai seminari, agli eventi tra cui il festival di Perugia. Ho letto articoli, post, libri. Nessuno è riuscito a fornirmi una risposta soddisfacente in toto.
Forse però non l’ho ancora trovata perché in cuor mio la conosco già. E quel che in realtà devo trovare è il modo per concretizzarla. Vorrei indirizzare le mie parole, specializzarle, dar loro continuità, renderle capaci di instillare dubbi, smuovere le rotelle nelle scatole craniche di chi le legge. Far sì che diventino riferimento. Dewey sosteneva che “la sfida difficile ma cruciale del giornalismo è di impegnare dapprima l’attenzione e quindi di attivare il pubblico”.
Il punto focale di tutto è che questo pubblico probabilmente è incapace di attivarsi. Ricordo alcuni stralci del dialogo tra Gramellini, Serra e Zucconi a proposito della figura dell’italiano oggi: citando Enzo Biagi, “per essere onesto un italiano dovrebbe essere orfano, sterile e nullatenente”. E’ questo il punto, l’Italia ha evidentemente il giornalismo che merita. Esattamente come i governanti.
Dal momento che sono stata definita “minoranza combattiva” andrò comunque avanti. Dopo tutto c’è ancora un intero anno per trovare la dimensione perfetta alle mie parole, sperimentarle, spingerle al limite. E poi lasciarle spiccare il volo.
Non so dire esattamente quando questa pausa terminerà. Ma quando saranno pronte le Luci si riaccenderanno. O, in alternativa, staccherò completamente le lampadine, perché una Luci fioca non ha ragione d’esistere.


E’ una bella riflessione Lucia…. Quando ho iniziato a scrivere, avevo molte aspettative sull’importanza del ruolo del giornalista nella società… non certo cambiare il mondo, ma aiutare le persone a conoscere i fatti. Poi ho scoperto che a diverse persone, tante in realtà, di conoscere i fatti non importava granchè, oppure li manipolavano a loro piacimento. E parte dell’informazione si è adeguata …
Luci non ti abbattere, andiamo avanti con la speranza di intercettare e informare quelle persone, tante anche queste, che ancora apprezzano il valore delle parole.