Turisti a Cesena

Altro che Biblioteca Malatestiana e Rocca… Qui i turisti vengono a fotografare ben altre opere

Durante la fiera dei cibi d’Europa mi era stato chiesto cosa fossero quei parcheggi prodigiosi nei quali la macchina veniva inghiottita nel sottosuolo senza guidatore, pare che in pochissime città al mondo esistano. E qualche giorno fa ho notato una coppia di turisti, stranieri perché ho controllato la targa dell’auto ferma a bordo strada, farsi foto dentro la rotonda di Torre del Moro, con la fontana come sfondo…

Ecco a cosa servono le 90 rotonde cesenati…vuoi vedere che abbiamo trovato il modo di rendere Cesena città turistica sul serio?

P.s. A proposito di rotonde: chi sa dirmi che accidenti significavano tutte le croci che per un paio di settimane sono apparse in molte rotatorie? Magari solo un segnale di chi si occupa della loro pulizia per stabilire quali potare e quali no, oppure disinfestare, ma erano notevolmente inquietanti.

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Dilegua o notte, tramontate stelle, all’alba vincerò!

Un’estate meravigliosa, non ci sono altri aggettivi per definirla. E non è ancora al termine, ci sono altri eventi in programma e il volo prenotato per il 10 settembre a riempirla di un ulteriore senso di entusiastica aspettativa.

Raccontare tutto quello che sto vivendo mi è impossibile, posso però appuntarmi sul diario virtuale la cronaca della mia prima esperienza all’opera, nel teatro perfetto per apprezzarla al meglio.

Venerdì sveglia alle otto, dopo appena sei ore di sonno, forse meno, venendo io da un addio al nubilato e il dadi da una serata di Lupus come nella migliore tradizione di questo ludico agosto. Un vero viaggio, breve o lungo che sia, va sempre salutato con colazione in pasticceria, e quindi prima tappa Elvis, poi via, a prendere l’autostrada.

Situazione traffico quasi tranquilla per essere la settimana di Ferragosto, tranne naturalmente per il tratto finale a 4 corsie… Ad un certo punto ci siamo chiesti se non ci fosse capitata una sorta di teletrasporto in territorio inglese considerando che la corsia più lenta era la quarta, e le macchine si superavano da destra… Prodigi degli automobilisti italiani, incredibile come i più si ostinino a stazionare nella corsia di mezzo, nonostante la prima sia libera. Dovrebbero iniziare a fare multe a tali soggetti, e dopo la recidiva, un bel ritiro di patente e ritorno a scuola guida, visto che una elementare norma viene così bellamente violata. Ad ogni modo, dopo qualche gimcana, siamo arrivati a Verona con un tempismo da manuale: dopo pochi minuti la zia di Luca ha messo a tavola una specialità locale, risotto al tastasal, seguita da bollito condito con pearà. Tutto buonissimo, ma l’abbiocco dopo un pranzo così sostanzioso era inevitabile, quindi step successivo, pisolino sul divano, anche in previsione della lunga serata, dato che avevamo deciso di rientrare quella stessa notte.

Al risveglio dalla pennichella una ahimè amara sorpresa… si era scatenata una pioggia torrenziale. Dovevamo comunque metterci in marcia per il botteghino a ritirare, o per come si stava mettendo la situazione, ad ottenere il rimborso dei biglietti.

Che delusione, sembrava di essere in una scena del diluvio universale, attorno a noi solo acqua. Erano due mesi che aspettavo la Turandot e avrei dovuto aspettare un altro anno…

Approdati in centro ci siamo completamente lavati, gli ombrelli erano inutili davanti a simili scrosci. Ho visto turisti camminare scalzi tenendo le scarpe in mano nel tentativo di salvarle, altri bardati con sacchi dell’immondizia trasformati in provvisori impermeabili, altri ancora correre rischiando scivolate ad ogni passo. Solo due ragazze, senza ombrello e incuranti della marea d’acqua, camminavano impassibili, stoiche e sorridenti.

Ho cercato riparo sotto la tettoia di un bar mentre Luca ha sfidato la pioggia verso il botteghino. Dopo qualche minuto e decine di persone zuppe che mi sfilavano davanti, l’ho raggiunto sotto i portici. Le notizie non erano incoraggianti, ma neppure così nefaste: se avesse smesso di piovere entro le undici, lo spettacolo sarebbe partito comunque.

Bene, erano le sette, fiduciosi ci siamo seduti in una pizzeria nei paraggi aspettando. Per rinfrancare il morale lui si è preso un piccolo boccalino di birra…

La nostra conversazione ha attirato una turista seduta accanto a noi, che ci ha chiesto informazioni. Argentina, mezza età, in viaggio da sola, era già stata più volte in Italia, a Roma, Firenze, Venezia, ed era assolutamente affascinata dal nostro paese. Divertente scambio linguistico, lei che parlava abbastanza bene l’italiano e Luca che le si rivolgeva nel suo tentennante spagnolo. Le abbiamo spiegato cosa ci accingevamo a fare e l’abbiamo salutata, chissà che uno dei prossimi viaggi non ci porti nei pressi della sua terra natale… Scendendo le scale della pizzeria mi sono permessa di pronunciare ad alta voce le fatidiche parole “Nessun dorma”, scatenando l’ilarità dei commensali attorno, segno che non eravamo gli unici ad attendere…

Incredibilmente il tempo accennava miglioramenti, la tempesta si era placata, solo qualche sporadica goccia e le pozzanghere a terra testimoniavano le ore di diluvio precedenti. Rapida sosta per comprare libretto e cuscini per affrontare la secolare ma durissima pietra, e finalmente, armati del kit completo, siamo entrati nell’Arena.

L’avevo già vista qualche anno fa, ma gremita in ogni angolo era uno spettacolo che mai avrei pensato. Non mi sono nemmeno accorta del ritardo nella partenza, tanto ero presa a guardarmi intorno. L’orchestra si stava sedendo, e alle dieci, o forse poco più, è apparso l’omino del gong. Ce l’avevamo fatta.

Le luci si sono spente e si sono accese le tante candeline degli spettatori, rendendo il tutto ancora più suggestivo.

E poi solo loro, Ping, Pong, Pang, Calaf, Liù e Turandot. E soprattutto una scenografia mozzafiato, firmata Zeffirelli. E poi il terzo atto, e l’aria tanto attesa. E infine il trionfo dell’Amore.

Non avevo più freddo, ero solo felice, per essere lì e avere condiviso quei momenti con il mio Amore.

Regalo della serata, piedi blu per l’acqua imbarcata nelle scarpe, per due giorni non sono riuscita a pulirli. Oltre che un sonno mostruoso, visto che il cartello Cesena è apparso solo alle quattro di mattina.

Ma era l’alba, e noi avevamo vinto.

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Buonsenso in pista

Sin dal lontano 2004, durante l’estate indosso la maglietta rossa e mi siedo sotto le arcate o in tribuna armata di pazienza e un sorriso. Lavorare al totalizzatore e raccogliere le scommesse dei giocatori, dagli incalliti veterani ai neofiti e turisti, può sembrare una mansione facile facile, che ti impegna quel tanto che basta per racimolare gli euri pro vacanza o per evitare di intaccare troppo il fondo cassa nei mesi di studio. In linea di massima lo è, basta sempre tenere a mente il mantra “non lasciare che ti mettano fretta”.

Fondamentale, assolutamente fondamentale, soprattutto nelle serate di gran premi, quando la fila si allunga al punto che chiedersi “ma chi me lo fa fare?” è inevitabile.

Perché c’è qualcosa che ancora, dopo così tanto tempo, ai più non è chiaro. Se a fine serata mancano soldi in cassa per colpa di resti frettolosi o chiusure di giocata dimenticate, non è certo l’Hippogroup che paga, ma è il povero studentello a doverseli togliere di tasca. Stesso motivo per cui non è possibile fare arrotondamenti in eccesso.

I falsi miti sono tanti, come l’idea che dovremmo conoscere i cavalli “buoni”. Se veramente fosse così semplice sapere chi taglierà il traguardo, non lavoreremmo di certo, ma piazzeremmo un centone su una trio sicura, e ti saluto, fine della fatica. I guadagni facili non sono mai appannaggio delle gente comune, e per quel che mi riguarda non dovrebbero esserlo per nessuno.

Da quel lontano 2004, e negli anni prima dato che sin da piccolina lo frequentavo con i miei genitori, più per fare due chiacchiere che per reale interesse alle corse, ho osservato l’evolvere dello scenario.

L’ ippodromo è cambiato molto negli anni, dal salotto buono, la passarella della crème cesenate, si è trasformato via via in passatempo oneroso per famiglie, da prendere a piccole dosi, e attrazione per i turisti della riviera che decidono di trascorrere qualche ora nell’entroterra.

Ciò che non è cambiato invece sono le facce dei giocatori che mi trovo davanti. Sempre le stesse, sempre gli stessi. Ogni anno è come assistere alla trasformazione del ritratto di Dorian Gray, perché il gioco toglie, bolletta dopo bolletta, tutto quel che di buono c’è nella persona. La svilisce, la rende cattiva, facile a ira, ansie, e nella migliore delle ipotesi, quantomeno scortese. Non fraintendetemi, non sono una fanatica dell’anti-gioco, tutt’altro. Solo, lo considero un divertimento, un di più, che non dovrebbe mai diventare altro. E qui invece, per molti, si è trasformato in malattia. Perché non ci sono altre parole per definirlo.

Sono gli eccessi di questo Paese. Mi fa ridere l’idea che non sia consentito aprire casinò perché la legge lo vieta, ufficialmente per preservare la sanità mentale e soprattutto i conti correnti dei cittadini. Considerando che esistono ben 26 tipi di Gratta&Vinci, e poi vogliamo parlare di tutte le estrazioni? Lotto, Superenalotto, Totocalcio, Totogol…addirittura il WinforLife si può giocare 15 volte al giorno!

Ne avevo già discusso in un vecchio post, per cui non aggiungo altro, però spesso, quando ascolto lo speaker annunciare “Cavalli in pista”, mi chiedo quando in Italia alla parola cavalli potremo sostituire “buonsenso”.

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La teoria era esatta

E’ passato un anno dal mio “life pit stop”. Nell’agosto 2009 preparavo i semini ed ora, agosto 2010, è tempo di controllare quanto rigoglioso sia effettivamente il raccolto.

Non credo che avrei potuto desiderare qualcosa di più. Ogni singolo granello piantato è germogliato, in un modo che nemmeno se fossi stata a braccetto con Elpìs avrei pensato possibile.

A volte credevo di non farcela, il fiatone sembrava prendere il sopravvento in alcuni momenti. Ma non ho mai lasciato la presa. E sono felice di non averlo fatto.

Ma sopra ogni cosa, mai avrei creduto di poter trovare Penelope veramente. E’ successo invece. Quando siamo insieme, in qualunque luogo, mi sento a casa. Potrei anche non avere dimora fissa, partire per un eterno viaggio, non fermarci mai, e non mi importerebbe, sei la mia Itaca.

Se dovessi scrivere una dedica come hai fatto tu, la mia sarebbe la stessa. Aggiungerei alle tue un’altra parola: grazie. E in calce non potrei far altro che chiudere con: ti amo. Non è una chiusura in realtà, solo l’inizio.

Nessuno può essere certo che andrà tutto bene, nessuno può con sicurezza affermare “per sempre”. Io però ho fiducia.

Perché la teoria era esatta.