Svegliatevi italiani brava gente

qua la truffa è grossa e congegnata

lavoro intermittente

solo un’emittente

pure l’aria pura va pagata

In giro giran tutti allegramente

con la camicia nuova strafirmata

nessuno che ti sente

parli inutilmente

pensan tutti alla prossima rata

Soldi pesanti d’oro colato

questo paese s’è indebitato

soldi di piombo soldi d’argento

sono rimasti sul pavimento

e la poesia cosa leggera

persa nel vento s’è fatta preghiera

SI SPRECA LA LUCE SI PASSA LA CERA

SOPRA IL SILENZIO DI QUESTA GALERA (…)

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Luci in stand-by

“Sono mesi che non ti vediamo, tutto bene? E’ un peccato non averti più qui”.

Ringrazio chi mi ha rivolto questa domanda, per quanto esponente politico di idee diversissime dalle mie. Devo necessariamente rispondere.

Come mai ho lasciato la penna a riposo? La penna, perché le parole da fissare su carta non sono mai scomparse, tutt’altro.

Questa pausa non è dovuta all’amore, che è entrato nella mia vita con una forza che non credevo possibile. Con un’intensità assolutamente inaspettata.

E’ una vera e propria pausa consapevole. Di riflessione. Di solito le si prendono da una storia che si sta logorando, che non funziona a dovere, che ha perso passione e sentimenti. Io non sono una fan di queste pause, sono convinta che non si debba mai abbandonare la presa, ma lottare per salvare tutto quel che è possibile recuperare, dopodiché, se il salvataggio fallisce, solo una rottura definitiva è la scelta giusta.

In questo caso però una pausa era la miglior scelta. Una pausa da uno degli amori più difficili e tormentati della mia vita, ma anche da quello che riesce a regalarmi le soddisfazioni più gratificanti.

Scrivere non è solo amore per me, è parte di quel che sono. E credo fermamente che sia ancora possibile un buon giornalismo. Però sono troppi i fattori che lo inibiscono, lo frenano, lo trasformano in una massa amorfa, che assume le fattezze del contenitore, senza alcun valore per il contenuto.

Ho impiegato questi mesi per cercare risposte. La domanda fondamentale, leitmotiv di tutto il mio 2010: “Il giornalista politico nell’era 2.0: informatore, opinionista o uomo di partito?”. Non ho potuto fare a meno di riproporla titolando un paper per l’università, perché me la sto ripetendo come un mantra. Ho ascoltato attenta tutte le grandi firme incontrate alle conferenze, ai seminari, agli eventi tra cui il festival di Perugia. Ho letto articoli, post, libri. Nessuno è riuscito a fornirmi una risposta soddisfacente in toto.

Forse però non l’ho ancora trovata perché in cuor mio la conosco già. E quel che in realtà devo trovare è il modo per concretizzarla. Vorrei indirizzare le mie parole, specializzarle, dar loro continuità, renderle capaci di instillare dubbi, smuovere le rotelle nelle scatole craniche di chi le legge. Far sì che diventino riferimento. Dewey sosteneva che “la sfida difficile ma cruciale del giornalismo è di impegnare dapprima l’attenzione e quindi di attivare il pubblico”.

Il punto focale di tutto è che questo pubblico probabilmente è incapace di attivarsi. Ricordo alcuni stralci del dialogo tra Gramellini, Serra e Zucconi a proposito della figura dell’italiano oggi: citando Enzo Biagi, “per essere onesto un italiano dovrebbe essere orfano, sterile e nullatenente”. E’ questo il punto, l’Italia ha evidentemente il giornalismo che merita. Esattamente come i governanti.

Dal momento che sono stata definita “minoranza combattiva” andrò comunque avanti. Dopo tutto c’è ancora un intero anno per trovare la dimensione perfetta alle mie parole, sperimentarle, spingerle al limite. E poi lasciarle spiccare il volo.

Non so dire esattamente quando questa pausa terminerà. Ma quando saranno pronte le Luci si riaccenderanno. O, in alternativa, staccherò completamente le lampadine, perché una Luci fioca non ha ragione d’esistere.

Se non puoi combatterli unisciti a loro

30 maggio 2010, una data che la maggioranza dei cesenati non dimenticherà facilmente.

Ammetto di aver fatto un pensierino sull’eventualità di comprare un biglietto per Piacenza, ma non sarei stata in grado di reggere la tensione.

A settembre avevo varcato, dopo anni, i cancelli del Manuzzi, e nel post di commento ho già dettagliato come vivo simili situazioni. Non sarò mai un vero tifoso ma li ammiro nella loro passione costante. Da quel giorno, nonostante non abbia più guardato una partita intera in diretta, ho comunque continuato ad osservare l’evolversi del Cesena Calcio leggendo con assiduità le firme il cui stile ormai potrei riconoscere senza nemmeno controllare le iniziali.

Domenica pomeriggio l’ho trascorsa in spiaggia, palleggiando mentre aspettavo gli ultimi dieci minuti di gioco per ascoltare il verdetto.

Grande la gioia, per tutto quel che ne seguirà, ma soprattutto per chi il Cesena l’ha sempre seguito e continuerà a farlo, in qualunque categoria si trovi a militare. Ero felice per la mia città.

La sera quindi impossibile non essere allo stadio a festeggiare. Quando ad ogni passo che fai scorgi volti che conosci, sorrisi che si accendono complici, capisci che è questa casa tua, per quanto negli ultimi tempi stia pensando ad una trasferta semi-permanente, dovuta all’amarezza politica. Ma questa è un’altra storia.

Domenica sera era dedicata ai cesenati.

I cori, gli applausi scroscianti all’ingresso dei guerrieri, gli abbracci, lo sventolio festante delle bandiere, un’esplosione di luci e canti. Non era pensabile trattenere la marea, e l’invasione in campo è stata inevitabile.

Il che non dovrebbe essere necessariamente un male, anzi. Il contatto tra i tifosi e i loro titani dovrebbe essere motivo di soddisfazione massima da entrambe le parti. Le mani strette intorno a Bisoli ne sono esempio.

Peccato che i festeggiamenti siano andati oltre.

Volevo una foto di buon auspicio per il mio prossimo campionato di fronte ad una delle porte, e così mi sono avvicinata prima a quella di casa, e poi a quella lato ferrovia. Vandalizzate tutte e due. Tifosi appesi alle traverse, che mi chiedo tuttora come abbiano potuto non spezzarsi, e reti distrutte.

Se fossi stata sola non mi sarei avvicinata di più perché supponevo che il tasso alcolemico di chi stava procedendo alle operazioni di bisturi e accendini fosse alto e nel dubbio è sempre meglio non svegliar il can che dorme. Ma la mia guardia del corpo era lì con me, per cui nessuna paura.

Mi sono affiancata ai soggetti, ascoltandone i discorsi, cercando di capire il perché. Capisco che un pezzetto del Manuzzi di quel giorno possa diventare un cimelio, ma il solo fatto di esserci doveva bastare.

Alla fine, per limitare i danni almeno ai pali, ho anche provato a mostrare come si potesse togliere la rete dai fermini senza forzare la struttura, ma ormai era inutile. Poi, siccome la nostra presenza inerte lì stava iniziando ad essere dubbia, per evitare guai ho raccolto anche io un pezzetto di rete e ce ne siamo andati.

Lato positivo, sono prove tecniche di servizi giornalistici sotto copertura. Ma avrei preferito mille volte una foto-ricordo al ricordo della porta violata.

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